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Altare di Pergamo

Sospeso tra mito e potere, tra sangue e marmo, l’Altare di Pergamo non è solo un capolavoro dell’arte ellenistica, ma un manifesto scolpito della vittoria, della fede e dell’identità culturale di un intero regno. Arroccato sull’acropoli della città omonima, dominava il paesaggio e le coscienze, celebrando con pathos e imponenza la lotta per la sopravvivenza e la supremazia.

Una vittoria da ricordare

Nel II secolo a.C., Pergamo era la fiorente capitale del regno degli Attàlidi, nell’attuale Turchia. A regnare era Eumène II, sovrano colto e ambizioso, affiancato dal fratello Attalo II. In un’epoca segnata da guerre e alleanze instabili, i due re riuscirono a sconfiggere una minaccia tanto reale quanto simbolica: i Galati, popolazione celtica stanziata nell’Asia Minore, temuti per la loro ferocia e indipendenza.

Per commemorare questa vittoria, decisero di erigere un monumento grandioso, dedicato a Zeus Sotèr, il "salvatore", e ad Atena Nikephóros, la "portatrice di vittoria". L’Altare di Pergamo nasce così, tra il 166 e il 156 a.C., come atto politico, religioso ed estetico insieme.

L'altare di Pergamo

L’edificio si innalzava maestoso sull’acropoli della città, a oltre 300 metri d’altezza. Aveva una forma quadrangolare e un monumentale scalone frontale che guidava lo sguardo e i passi verso il cuore del santuario: l’ara sacrificale. Attorno ad essa, due porticati ionici, uno interno e uno esterno, creavano un effetto di profondità e ritmo. Nel portico interno, le colonne erano disposte in coppie "dorso contro dorso", quasi a mimare una coreografia architettonica.

Ma ciò che realmente rapiva l’occhio era il racconto scolpito nei marmi. Un marmo che urla

Sul lato esterno dell’altare correva un fregio lungo più di 120 metri: una vera e propria epopea visiva. Rappresentava la "Gigantomachia", la titanica lotta tra gli dèi dell’Olimpo e i Giganti, simbolo per eccellenza della vittoria del cosmo sull’oscurità, dell’ordine sul caos. Un’allegoria potente della vittoria di Pergamo sui Galati: due minacce diverse, ma ugualmente temute. Quindi, l’Altare di Pergamo è più di un monumento: è una narrazione scolpita. Parla di dèi e di uomini, di vittorie militari e culturali, di eredità da tramandare.

Il legame con Atene è evidente: il tema mitologico richiama il frontone del Partenone, e si rifà a un’ideologia condivisa, quella della civiltà greca come baluardo contro la barbarie. Non a caso, tra le motivazioni scelte per questa iconografia, spicca anche un gioco linguistico: titanos, il gesso usato per i rilievi, richiama Titani, i nemici degli dèi. Un dettaglio colto, quasi ironico.

All’interno, un secondo fregio, più corto (circa 60 metri), narrava le avventure di Tèlefo, figlio di Eracle e mitico fondatore di Pergamo. Un racconto che intrecciava mitologia e genealogia, legando il presente della città al suo glorioso passato eroico.

Un barocco ellenistico

Lo stile delle sculture è lontano dall’equilibrio armonioso del classicismo: qui regnano il movimento, il dolore, la tensione. I corpi si contorcono, i volti gridano, gli abiti si increspano come onde. È il trionfo del barocco antico, una corrente espressiva che punta all’emozione più che alla misura.

Molte delle opere sono attribuite allo scultore ateniese Firòmaco, celebre per la sua capacità di rendere il dramma con precisione anatomica e forza scenica. Le figure non sono solo belle: sono vive, sofferenti, coraggiose. Raccontano un conflitto eterno, che ancora oggi riesce a parlare allo spettatore moderno.

Oggi, buona parte dell’Altare si conserva a Berlino, nel celebre Pergamonmuseum, dopo essere stata trasportata in Germania alla fine del XIX secolo. Un trasferimento che ha sollevato e continua a sollevare questioni spinose di conservazione, identità e restituzione dei beni culturali. Ma al di là del dibattito, resta intatto il fascino di un’opera che ha saputo attraversare i secoli con la forza del mito e l’eleganza del marmo.